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domingo, 16 de fevereiro de 2020

Don Divo Barsotti, La sacralità di tutte le cose


segunda-feira, 18 de fevereiro de 2019

Don Divo Barsotti, La sacralità di tutte le cose





Il primo, "La mia giornata con Cristo" fu mio compagno di un viaggio in treno, tre anni fa.
Il secondo - "La sacralità di tutte le cose - Ecco lo Sposo che viene" - è stato letto tutto d'un fiato a poca distanza dal primo, ma anche oggi, ritornando sugli appunti, sulle sottolineature che all'epoca lasciai sulle pagine dell'uno e dell'altro, li sento ancora come due testi che vanno bene assieme.
Il primo rimanda al secondo, che in un certo senso si può considerare come un opuscoletto che tratteggia in modo quasi "essenziale" il nocciolo del primo, con uno sguardo però molto più spirituale e quasi meno concentrato sul dettaglio pratico, specialmente nella seconda parte. 
La natura stessa del secondo testo è tale da consentire questa "essenzialità", trattandosi della raccolta di esercizi spirituali tenuti da don Divo.

I due libri possono essere uno strumento valido di riflessione per vivere una vita "cristologica" nella sua dimensione d'insieme: gli atti semplici del quotidiano come l'alzarsi, il parlare, il vestirsi, il muoversi, il lavorare, il dormire.
"Per Cristo, con Cristo ed in Cristo": è la dimensione "eucaristica" della vita che si può realizzare anche nelle ordinarie giornate di un cristiano, un'attuazione del mandato finale: "Ite, Missa est".
La "dossologia finale" (dal greco "doxa"- gloria) a cui don Divo fa riferimento nelle pagine di apertura del suo libro, è quella che il sacerdote pronuncia nella Santa Messa al termine della preghiera eucaristica:
 
"Per Cristo con Cristo è in Cristo, a Te Dio Padre Onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli".
E' la preghiera che avviene mentre il celebrante eleva il Pane ed il Vino consacrati, e l'assemblea, al termine della dossologia, risponde "AMEN".
Cosa, dunque, dà la massima gloria a Dio?
Offrire il Figlio, nel Sacrificio perfetto, unire noi stessi, in quello stesso sacrificio: "Pregate fratelli, perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente", proclama il Sacerdote al momento della presentazione dei doni.

Una vita vissuta "per-con-in Cristo" diventa una vita in cui si riscopre la "sacralità di tutte le cose" ed in cui realmente lo Sposo viene ogni giorno, ogni istante, in ogni azione ben ordinata, in tutto e tutti, perché "se crediamo, tutto è segno di Dio".





"LA MIA GIORNATA CON CRISTO" 
don Divo Barsotti 


"Nella Messa vi è un'espressione fra le più ricche di contenuto teologico e spirituale, a anche, d'altra parte, una delle più importanti; chiude infatti il Canone, e chiudendo il Canone ci dice in poche parole quello che è la Messa.
Poichè la Messa è la presenza stessa dell'atto redentore che riassume tutte le cose, questa espressione ci insegna quella che è la vita spirituale, la nostra medesima vita, ci insegna come dobbiamo viverla e per quale fine dobbiamo vivere.
Per Ipsum et cum Ipso et in Ipso, est tibi, Deo Patri Omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria.
Per Lui, con Lui ed in Lui, è a Te, Dio Padre onnipontente, nell'unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria.
Termine della Messa e di tutta la vita: ogni onore e gloria al Padre nell'unità dello Spirito, ma per la mediazione del Cristo. Per Cristo, con Cristo, in Cristo.
Per Cristum non vuol dire che si vive per nostro Signore, ma che si vive per mezzo di nostro Signore.
Tutta la nostra vita intanto è soprannaturale, è una vita veramente di grazia, in quanto trae la sua forza divina dal Cristo: è per mezzo del Cristo che noi viviamo rivolti al Padre Celeste.
Ma non si vive rivolti al Padre celeste che se viviamo col Cristo, oltre che per mezzo di Lui.
E sarà perfetta la nostra vita soprannaturale quando vivremo per il Padre Celeste essendo nel Cristo, una sola cosa con Lui, talmente unito al Cristo da essere identificati in qualche modo a Lui stesso.
Il progresso della vita spirituale sta precisamente in queste tre piccole preposizioni: per, cum, in". (pp. 9-10)

"Non possiamo pensare di vivere la nostra vita cristiana e tanto meno di raggiungere la santità, che mettendoci al servizio di qualcosa, di qualcuno, impegnandoci in un'opera, lavorando.
Non si vive per vegetare soltanto. 
Essere santi non vuol dire moltiplicare le preghiere, fare tanti atti di mortificazione: vuol dire compiere il nostro dovere fino in fondo, per rispondere alla divina volontà con tutto l'essere nostro, nella dedizione totale di tutta la vita. 
Nostro Signore ci chiama per mandarci nella sua vigna.
Tu potrai compiere l'opera più umile, più nascosta, più apparentemente insignificante, eppure proprio dal tuo lavoro, che appare di così poco conto, acquista una sua capacità, una sua efficacia anche il lavoro degli altri.
Se si ferma una rotella, si ferma tutto: magari è una rotellina piccola piccola che ferma argani grandi, immensi.

Gesù ha lavorato, e noi lavoriamo con Lui.
La vita della maggior parte degli uomini è collaborazione con Cristo in un lavoro umile come il suo.
Noi, più che vivere con Cristo nel suo apostolato, nella sua vita pubblica, dobbiamo vivere con Lui nella sua vita nascosta.
La missione nostra non è tanto quella di farlo presente in quanto predica agli uomini o li risana, quanto quella di vivere il lavoro stesso che Gesù ha vissuto per trenta anni, per la massima parte della sua vita, perché così anche la massima parte degli uomini avrebbe dovuto collaborare con Lui, unirsi a Lui nel lavoro più comune, più ordinario".
 (pp. 43-45; 55)

Amare non è soltanto ricevere ma anche dare. È questo il momento per noi di dare. Per il Signore il momento di darsi sarà l’eternità; in questi pochi anni dobbiamo dargli noi qualcosa: la fede nel suo amore, anche se Lui sembra non esserci.
Credere che Egli viene; credere nell’imminenza della sua Venuta. Vivere come se ogni attimo Egli dovesse venire a noi
. Che il mondo si rinnovi e tutta la nostra vita si trasfiguri nella Sua presenza.
Abbiamo questa vivacità di fede? Crediamo davvero che in ogni momento Dio può venire e farci santi? Abbiamo davvero questa speranza?
Attenderlo, credere contro ogni speranza, malgrado il freddo, la solitudine, il buio.
Don Divo Barsotti, La sacralità di tutte le cose





LA SACRALITA' DI TUTTE LE COSE


Attraverso tutte le cose vivere il rapporto con Dio

"Ritornare davvero nel paradiso di DIo, far sì che tutte le cose non siano più impedimento e diaframma, non siano più velo che nasconde il Signore, ma tutte piuttosto rivelino il suo volto, tutte piuttosto ci introducano alla Sua presenza, sicché attraverso tutte le cose l'anima viva costantemente in unione con Lui.
Non - badate - nonostante le cose, ma attraverso di esse l'anima viva l'unione con Dio, perché molto spesso noi viviamo in unione con Dio - anche perennemente - ma nonostante le cose.
L'atteggiamento dell'anima è un atteggiamento adorante.
E' il senso della maestà divina che mi conquista: di fronte alla bellezza e alla fragilità del fiore è l'umiltà di Dio che mi conquista.
Voi siete sempre di fronte al Signore: atteggiamento di umiltà riverente, di rispetto, di silenzioso tremore di fronte a tutte le cose".
(pp. 16-17;19)


Se crediamo, tutto è segno di Dio

"Le nostre opere, la nostra preghiera non sono capaci di rompere la nostra solitudine.
E' così, eppure non è così, perché Dio, pur trascendendoci infinitamente, si è unito a noi.
Nom si sa  qual è la misura della Sua cooperazione alla nostra azione.
Le cose stesse, pur non somigliando a Dio, sono segno della Sua bontà e misericordia.
La nostra preghiera è la parola che rivolge lo Spirito Santo al Padre; nella nostra opera è Cristo che vive in noi.

Tutto può esser un segno di una comunione di Dio con noi.

Qualunque sia la vita che facciamo, sia che sperimentiamo o no l'azione di Dio, dobbiamo aver fiducia nel fatto che Dio è con noi.
Dio ti ama.
Se credi, tutto è segno dell'amore di Dio.

Come in cielo non resta che Dio, così attraverso tutti i segni l'anima non vede che l'amore, non possiede che l'amore.
Amore immenso, infinito, eterno: l'amore stesso di Dio".
(p 36)

Don Divo Barsotti, VIVERE ALLA PRESENZA DI DIO



"miei cari fratelli, quante volte vi ho detto che l'esercizio fondamentale della vita cristiana è l'esercizio della Presenza di Dio.
Ma che vuol dire esercizio della Presenza di Dio?
Se la presenza di Dio fosse un fatto oggettivo, dipendesse soltanto dal fatto che io penso al Signore, sarebbero sciocchezze, perché vorrebbe dire che noi vivremmo soltanto di fantasie, di sogni.
No: Vivere l'esercizio della divina presenza di Dio vuol dire realizzare talmente la nostra fede da avere la percezione di questa Presenza, che è la  Presenza reale, più reale di questo mondo.
La realtà di questo mondo è ombra e immagine nei confronti della realtà divina. Certo, come si diceva del resto ieri, la nostra esperienza è legata troppo ai sensi, questa esperienza sensibile è troppo rozza, e s'impone in modo cosi forte a tutto l'essere nostro che tante volte l'esperienza spirituale quasi non l'avvertiamo, e tutto basta a distrarcene e tutto basta ad allontanarci da questa. Ma noi, se siamo cristiani, dobbiamo invece fare in modo che liberandoci dalla schiavitù puramente sensibile e puramente psicologica, viviamo in questa divina Presenza.
Noi siamo compagni degli angeli, noi siamo compagni dei santi, ci dicono le Sacre Scritture. Siamo i compagni degli angeli perché viviamo con loro dinanzi al Volto di Dio, perché siamo con loro in Cristo Gesù e partecipiamo della Sua medesima vita, che è la lode del Padre. Noi dobbiamo vivere questo."
Don Divo Barsotti - Casa S. Sergio, 1987

 

quinta-feira, 13 de fevereiro de 2020

GESU' CRISTO Conferenza tenuta da Don. Divo Barsotti

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 alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, il 23 ottobre 1989
(Trascrizione non rivista dal relatore)
Parlare di Gesù Cristo vuol dire fare della trascendenza del cristianesimo su ogni religione umana. Vuol dire parlare del compimento di ogni aspirazione e di ogni disegno divino. Pertanto già il Concilio Ecumenico Vaticano II diceva che tutte le religioni sono una "preparatio evangelica" perchè tutta la storia del mondo non è altro che la gestazione del Cristo. Non ha altro contenuto la storia che questa gestazione: da tutti i sogni, tutte le tribolazioni, tutte le difficoltà dell'umanità deve sorgere lentamente, emergere la figura di Cristo Gesù. E' tutta la terra che deve dare in lui il suo frutto ed è proprio nel dare il suo frutto che avrà fine l'economia presente.
Così come il Padre Celeste genera il Figlio e nella generazione del figlio esaurisce la sua fecondità infinita, così la storia del mondo si esaurisce e trova fine quando da tutta la Creazione emergerà il frutto di tutta la terra: Gesù Cristo.
Allora parlare del Cristo vorrebbe dire parlare di tutta la vita dell'universo, vuol dire capire il senso di tutta la storia, vuol dire conoscere quello che veramente è il cuore del mondo ed è più vasto del mondo. Cominciamo dunque.
Si è parlato di una "preparatio evangelica": dobbiamo dire che il Cristianesimo è la religione che tutte le trascende ed è l'unica vera, perché dobbiamo iniziare con quello che è il dogma cristiano. Le altre religioni non possono concepire un rapporto diretto con Dio senza perdere il vero concetto di Dio. Se Dio è trascendenza infinita potrà mai una creatura entrare in rapporto con Lui? Se Dio è rapporto con la creatura allora questa non è più creatura, dev'essere una forma di Dio: è quello in cui cade l'islamismo.
Oppure è quello che insegna l'induismo: siamo tutti onde di un medesimo mare, non c'è più differenza qualitativa fra la creatura e il Creatore perché non esiste la creatura. Esiste soltanto Dio che si manifesta nella molteplicità delle forme.
Ma in questo concetto Dio non esiste più. Se io ho una nozione di Dio, devo pensare che fra la creatura e il Creatore l'abisso è infinito e invalicabile. Dio vive una solitudine infinita ed eterna. Dio è unico e la sua unicità lo pone a una distanza infinita da ogni creatura. Non vi è una distanza minore fra una pietra e Dio di quella che vi è fra un angelo e Dio, perché la distanza è infinita.
Ma allora come vivere questo rapporto?
Com'è possibile una religione?
Si è detto: l'unico modo per vivere una religione sarebbe il credere che tutto è uno. Tu sei quello. Ma io non mi sento Dio, io non sono Dio. Io non sono né onnipotente né onnisciente: io sono una povera creatura di un giorno. Come potrò vivere il mio rapporto con Dio?
Allora ecco che nell'Ebraismo Dio parla all'uomo, nell'Islamismo Dio parla all'uomo mediante il Corano e il Corano è eterno come Dio.
Però precisamente la parola può significarci la volontà di Dio, ma ancora non è Dio; la parola dice il rapporto con la cosa. Se Dio mi parla, la parola di Dio non è Dio: comunica, promette, nulla di più. Infatti la parola profetica nell'Antico Testamento è profezia, è annuncio di quello che verrà, e sotto questo aspetto allora, veramente l'Antico Testamento è preparazione al Cristo: tutto lo prepara, tutto lo annuncia, tutto in qualche modo lo anticipa.
Per quanto riguarda l'islam, siccome la parola del Corano non e profetica, la parola di Dio è soltanto legge e la vita religiosa si identifica in un puro giuridicismo. Fare quello che Dio ha detto ti mette nella condizione di essere approvato da Lui, però non vi è unione con Dio. Vi sono stati dei mistici nell'islam che sono stati martirizzati proprio perché pensavano di poter amare Dio e, cosa peggiore ancora per loro, che Dio potesse amare l'uomo. Fra Dio e l'uomo l'abisso rimane, tanto che Maometto stesso secondo il pensiero islamico, quando è portato verso Dio si deve fermare a un tiro di pietra da Lui, perché non si può avvicinare. L'uomo e Dio non possono incontrarsi. Dice il salmista: "Se Dio tocca i monti, i monti fumano". Può reggere la creatura il peso della gloria divina? Allora la religione giuridica che cosa promette all'uomo? Una salvezza? Non può essere una salvezza soltanto la promessa dei giardini con le acque zampillanti, non possono essere una salvezza dell'uomo soltanto le fanciulle dagli occhi neri. Non può essere questo!
Dio può essere rapporto con l'uomo perchè rapporto in sè stesso: ecco la prima grande verità del cristianesimo. Dio non è un Dio non vivente, un Dio morto, è un Dio vivente.
Se è un Dio vivente è un Dio che ama. Ma l'amore suppone l'amante e l'amato, la conoscenza suppone uno che conosce e la cosa conosciuta e in Dio vi è precisamente questa possibilità perchè pur essendo Uno nella natura Egli è Trino nella persona. Il Padre si comunica tutto al Figlio, il Figlio si comunica al Padre e vivono in questa comunione eterna di amore in questo rapporto infinito di amore, l'unità dello Spirito. Ecco allora, se Dio è rapporto già in sè stesso potrà divenire, se Egli vuole. (perchè qui è tutta la libertà divina che gioca), rapporto con l'uomo.
Ed ecco quello che precisamente realizza la vita religiosa del mondo. Dia entra liberamente in rapporto con l'uomo. Attraverso che cosa? Attraverso una rivelazione: la parola nella rivelazione cosmica annuncia lontanamente Dio, il mistero, poi nella rivelazione profetica precisamente annuncerà la Verità, dà una promessa, annuncia qualche cosa che Dio compirà. La parola, si diceva prima, ha un rapporto con la cosa: qui la parola ha rapporto con un evento che Dio realizzerà nel tempo. Come lo realizzerà nel tempo questo evento? Lo dirà in fondo anche la Sacra Scrittura, cominciando dal Vangelo. La parola di Dio è seme e guardate che l'Antico Testamento parla tanto del seme gettato nella terra quanto del seme virile che viene concepito nel seno della madre. Dio parla e la parola di Dio entra nel tessuto umano, nella storia umana, e allora questa storia diviene cammino che conduce tutta l'umanità all'incarnazione del Verbo.
Tutto il contenuto della storia, si diceva all'inizio è la gestazione del Cristo, e la storia sacra termina precisamente con l'avvento del Cristo. Dopo l'avvento del Cristo non ci può essere più storia oggettivamente; soggettivamente sì, per ciascuno di noi, perché siamo entrati nel Cristo. Può l'uomo andare oltre Dio? Dio si è fatto presente nell'incarnazione del Verbo.
Certo anche la Chiesa in quanto pellegrinante può avere una storia, ma la storia della Chiesa che cos'è? Un inserimento sempre più profonda nella Verità, in Cristo Signore. Non si va oltre il Cristo. Il Cristo è la fine di tutta la storia, il compimento delle promesse di Dio. E' Dio stesso donato all'uomo.
Allora voi capite una cosa: una religione vera deve ammettere, se vuol essere vera, il mistero della Trinità Divina, che dimostra come Dio sia vita in sè stesso, non ha bisogno della creatura per essere Dio, perchè in sè stesso trova la possibilità di amare e la possibilità di conoscere. E Dio si conosce nel Verbo e il Padre e il Verbo si amano nello Spirito Santo. E' mediante la Trinità Divina che Dio è il Dio vivente, che vive un rapporto di amore, un rapporto di conoscenza in sè medesimo. Ora vuole amare al di fuori di sé, per questo crea e creando si comunica al mondo mediante prima di tutto la parola che è promessa, annuncio profetico, e tutta la storia sarà preparazione lenta ma sicura ad accogliere il Cristo. Ma noi dobbiamo studiare più attentamente chi è questo Verbo incarnato e come anche nel Verbo incarnato si realizzi la vera religione.
Che casa avviene con l'incarnazione del Verbo?
Certamente è una casa immensa il mistero dell'incarnazione, ma non dobbiamo fermarci al mistero. Nell'incarnazione avviene un fatto fra i più straordinari che si possano immaginare; una donna in un paese che nessuno conosceva ha potuto dire al suo Dio: "Tu sei mio Figlio". Le parole che eternamente dice il Padre nei confronti del Figlio unigenito, una donna le dice a proposito del Figlio di Dio.
Ma avviene una cosa estremamente più grande ancora: un bambino che è Dio, che è l'Onnipotente, che è Colui che ha creato il cielo e la terra, deve dire a una donna: "Tu sei la mia mamma". Ecco, la vita religiosa è rapporto.
Che cosa è essenzialmente il Cristianesimo? Un rapporto con Dio in Gesù Cristo.
Parlare dunque di Cristo vuoi dire parlare dell'uomo perchè veramente non possiamo pensare l'uomo senza questo rapporto col Cristo. La vita spirituale non consiste prima di tutto nella virtù, ma consiste nel rapporto col Cristo, che diviene sempre più intima via via che l'anima cresce in virtù. Infatti come nasce il Cristianesimo nei Vangeli? Con la sequela. Il Cristo chiama degli uomini a seguirlo ed essi vanno con Lui, e diventano i discepoli ed Egli rimane il maestro. Ma il discepolo non rimane sempre il discepolo.
Dice Gesù nel Vangelo che il discepolo è perfetto quando è come il maestro. Che cosa dice Gesù dopo la resurrezione alla Maddalena: "Va e dì ai miei Fratelli...". Gli apostoli che prima erano discepoli ora divengono i fratelli. In più la vita cristiana imposta il rapporto più intimo che si possa pensare col Cristo, e in tale rapporto l'uomo diviene capace di vivere la stessa vita di Dio. Il matrimonio però almeno con la morte si scioglie. Ma l'unione con Dio non si scioglie più e la vera unione è la nostra unione con Dio.
Le suore che già vogliono anticipare la vita del cielo, hanno rinunciato a vivere il rapporto con Dio attraverso una creatura per vivere direttamente la vita con Dio.
E io non posso concepire la castità perfetta e non potrei nemmeno accettarla se non la vedessi come impegno di una vita d'amore con Cristo, perchè altrimenti la castità perfetta sarebbe una mutilazione dell'uomo. Sul piano naturale la vita dell'uomo trova il suo compimento nell'unione nuziale e nella paternità. Trascendiamo questo piano per vivere già quella che dice il Vangelo di Luca la vita del Figlio della Resurrezione. La castità non si può pensare che come vita di unione con Dio, di unione con Cristo.
La vita cristiana dunque comporta questa unione con Cristo, ma chi è questo Cristo al quale dobbiamo essere uniti, che determina il valore della nostra vita e la nostra salvezza? E' un Dio che si comunica al mondo. Ma se Cristo è Dio che si fa presente per comunicarsi a noi, il Cristo è la rivelazione suprema dell'amore del padre che non dona agli uomini i beni che essi desiderano, dona agli uomini sè stesso.
Il Dio Provvidenza non è il Dio Padre. Si pensa che se Dio ci ha creati, Dio deve provvedere ai nostri bisogni, ma non e questo l'amore. Uno sposo che ama dona sè stesso alla sposa, la sua vita, il suo corpo; la sposa ugualmente amando darà sè stessa allo sposo. L'amore implica il dono di sé, non delle proprie cose. Se Dio ci ama ci dona sè stesso ed ecco allora che il Figlio di Dio, l'incarnazione del Verbo esprime prima di tutto l'amore infinito del Padre che comunica al mondo tutto sè stesso nel Figlio suo, perchè il Padre non possiede nessun'altra cosa che il Figlio: è nel Figlio che ha tutta la sua ricchezza, è nel Figlio che ha tutta la sua gioia, la sua santità. Il Padre ci dona sè stesso nel dono del Figlio suo, ma come può donarci il Figlio suo senza cessare di essere Padre? Ed ecco allora quello che avviene proprio nel mistero cristiano. Dio ci dona il Figlio in quanto genera prima in noi il Figlio nella creazione, lo concepisce e lo genera attraverso la Vergine Maria, lo concepisce e lo genera, dice S.Francesco, nell'anima e nel cuore dell'uomo. Noi ne prendiamo possesso perchè possiamo dare al Figlio di Dio una natura che non aveva. Egli ci dà sè stesso e noi doniamo a Lui noi stessi. La Vergine gli dà un corpo, noi gli diamo i nostri peccati. Quando la Vergine,che è senza peccato, gli dà un corpo, il Cristo vive. Nella nostra natura, quando noi diamo al Cristo i nostri peccati noi diamo al Cristo la morte. E' uno scambio mirabile, come insegna la liturgia, quello che avviene in questo mistero cristiano. Allora ecco che in Gesù Cristo noi vediamo prima di tutto la rivelazione dell'amore di Dio e il dono infinito di Dio all'uomo.
Quando parliamo di Gesù Cristo intendiamo prima di tutto parlare della vita umile, storica di Gesù. Noi abbiamo imparato a conoscere Gesù quando l'abbiamo visto camminare nel mondo come noi camminiamo, quando l'abbiamo visto soffrire come noi soffriamo,quando l'abbiamo visto fare i miracoli, quando abbiamo ascoltato la sua parola, quando Egli era uno di noi. Anche ora Egli rimane uomo ma è ben altra la conoscenza che abbiamo oggi del Cristo da quella che potevano avere gli Apostoli. Io non so, ma credo che nessuno di voi abbia veduto il Cristo quaggiù. Dio non si può far vedere così come Egli è; non abbiamo la capacità di accogliere ed esperimentare la potenza, l'infinita ricchezza della gloria divina che è in Cristo risorto. Pertanto le apparizioni sono un piccolo contentino che ci vogliono far entrare di più nel mistero. La vera vita di unione con Dio non può avvenire che nella fede. Le apparizioni sono una grazia che Dio dà a coloro che non credono. Ma giustamente noi prima di vivere questo rapporto, questa esperienza di un Dio fatto presente ed intimo a noi, abbiamo bisogno di conoscere Lui nella sua vita passata. Questa è una necessità che hanno provato anche i Santi, come S. Francesco che può vivere sulla Verna tutto l'amore, tutto il dolore che Gesù soffrì. Gesù nella sua vita possibile è Dio ed è uomo, perfetto Dio e perfetto uomo. Se è perfetto uomo vivrà tutti i nostri limiti, tutte le nostre possibilità. Sarebbe mostruoso che Gesù come uomo avesse conosciuto tutti gli uomini, o potesse vivere un rapporto con tutti nel medesimo tempo. Se parlava a Pietro non parlava a Giovanni, se era a Betlemme non era a Nazareth. Ha voluto vivere la nostra umile vita. Il Cristo era veramente Dio ma anche veramente uomo, e questo ci dice soprattutto la verità, la realtà dell'amore di Dio. Non è un amore soltanto a parole, è un amore che lo ha impegnato in una realtà che ha voluto dire per Lui soffrire.
L'umanità di Cristo diventa il sacramento mediante il quale l'uomo deve accedere al mistero divino: "Chi vede me vede il Padre". Nella conoscenza che abbiamo del Cristo storico noi abbiamo anche la percezione che Dio sia accompagnato al cammino dell'uomo. Non lo cerchiamo lontano, dobbiamo trovarlo nella nostra umile vita. Dio si è incarnato e continua a farsi presente per noi nella nostra medesima vita. E' vero che ora è invisibile, che non è operante, ma è vero che facendosi presente nel cuore degli uomini egli fa di noi il sacramento della sua presenza visibile e operante.
Nell'Eucarestia egli è presente realmente ma la sua presenza è una presenza escatologica. Ogni particola è sempre segno di un'unica presenza perchè lui è unico in Cristo. Non è neppure una presenza nel tempo, ma una presenza per la quale Egli ci trasforma in sè. Ecco allora che quello che Cristo era nella sua vita possibile, dobbiamo esserlo ora, nel mondo di oggi, attraverso una trasformazione del Cristo. Mediante questa presenza segreta diveniamo il sacramento visibile e operante del Cristo. Ecco la testimonianza cristiana.
Chi è dunque il Cristo? E' questo Dio fatto uomo che si è comunicato al mondo in tal modo che non rimane più una persona isolata, divisa da noi, ma diviene con noi un solo corpo, per vivere con noi in un medesimo spirito, perchè noi tutti viviamo la sua medesima vita. Vivo io, ma non sono io che vivo, è il Cristo che vive in me. Questo è il miracolo della Chiesa, questo è il miracolo del Cristianesimo. Parlare del Cristo vuol dire parlare della Chiesa, perchè ora la Chiesa è il corpo vivente di Lui. Parlare del Cristo vuol dire parlare di ciascuno di noi, perchè se ciascuno di noi è cristiano, nella misura in cui e cristiano, il Cristo vive in lui ed ha assunto in qualche modo il suo corpo, la sua anima, per amare con il suo cuore, per agire con le sue mani. Ecco il mistero del Cristo: è un mistero che non si ferma al Cristo storico mediante il dono del suo Spirito. Egli ora si dilata ad abbracciare l'universo, si prolunga attraverso tutta la storia del mondo.
La Chiesa che cos'è? E' il Cristo continuato nel tempo e dilatato nello spazio fintanto che il Cristo deve tutto abbracciare, tutto assumere, e termine ultimo sarà l'assunzione di tutta la Creazione divenuta l'unico corpo del Cristo.
Tutti assunti dal Verbo per contemplare il Padre con gli occhi del Cristo, ecco il termine ultimo della vita umana, della storia. Voi sapete che tutte le religioni e tutte le filosofie, prima del cristianesimo, hanno una concezione ciclica della storia. Anche oggi con il buddismo, con l'induismo è l'eterno ritorno. Niethzche, che ha rinunciato ad essere cristiano, ritorna alla dottrina dell'eterno ritorno. La storia implica che si inizi con un cammino (l'inizio è la creazione) e si termini con questa assunzione di tutto nel seno di Dio. Che cos'è il cammino dell'umanità dopo la venuta di Cristo? E' l'ascensione del Cristo e di tutta l'umanità. Si rimane uomini, come Egli rimane uomo, ma mentre Lui essendo Dio si fa uomo, noi essendo uomini diveniamo in Lui partecipi della natura divina, come dice S.Pietro nella sua I lettera. E partecipi della vita divina lo siamo in quanto siamo tutti un solo corpo per vivere nel Cristo la sua medesima vita.
Quando si parla della salvezza, che cosa s'intende dunque? Si intende che Dio ci toglie i dolori del corpo, le sofferenze, ogni forma di ingiustizia? E' ben altro la salvezza cristiana. Nella salvezza cristiana l'uomo trascende infinitamente sè stesso per vivere in Cristo la stessa vita di Dio. Anche qui Dio facendosi uomo impara a conoscere mediante l'esperienza la povertà umana, la debolezza umana, la sofferenza umana.
Che cos'è la partecipazione all'eternità di Dio? Noi non temiamo la morte, la morte per il cristiano non c'è. E' un accidente biologico: noi perdiamo questo corpo ma dobbiamo perderlo perchè non potremmo vivere per mille anni in questo corpo. Il nostro corpo non è adatto a vivere l'eternità. Bisogna che il Signore ci riformi totalmente, perciò bisogna morire. Lasciamo questo corpo per possedere la stessa vita di Dio, l'eternità di Dio e non essere più condizionati dal tempo e dallo spazio.
Come il Padre è nel Figlio, come il Figlio è nel Padre, così ognuno di noi sarà con colui che ama: prima di tutto con Dio, prima di tutto con i Santi. Tutto si ricompone nell'unità perchè Dio è uno ed eterno e noi vivremo questa unità, questa partecipazione e nè il tempo, nè lo spazio ci condizioneranno. L'uomo non è fatto soltanto per questi beni terreni, non lo soddisfano. Diceva già S.Tommaso che l'intelligenza dell'uomo è aperta a tutte le verità, che il cuore dell'uomo è aperto a tutto il bene, ma noi non possiamo in una vita possibile che realizzare un poco di bene, non possiamo arrivare che a poche verità e le verità che acquistiamo fanno sentire ancora più profondo l'abisso della nostra ignoranza. Il Cristo è nella sua incarnazione colui che unisce cielo e terra, è colui che realizza l'unità degli estremi: la povertà dell'uomo con l'infinito di Dio.
Fino a qualche anno fa avevamo una grande difficoltà a capire quello che si diceva nei libri di teologia sul peccato del diavolo. Ma se mi dicevano che il diavolo e così intelligente: possibile che si possa dire intelligente un angelo che vuoI andare contro Dio? Era da stupido. Sarebbe stupido anche per me perchè capisco che non ce la faccio ad andare contro Dio. Ma lui è stato geloso dell'uomo, ecco un punta importante per concepire l'incarnazione del Verbo. Se Egli si fosse fatto angelo avrebbe distrutto l'unità della creazione di Dio perchè non avrebbe assunto il mondo fisico, il mondo biologico, il mondo della natura. Il diavolo ha avuto gelosia di questa scelta che Dio ha fatto dell'uomo: perchè non scegliere lui che era più perfetto dell'uomo? Secondo un mistico dell'islam il diavolo avrebbe detto a Dio: "Voglio difendere Te, Te contro Te. Non è proprio della dignità di un Dio farsi uomo. Non devi farlo". E' proprio per questa volontà di Dio che l'angelo ha peccato. E l'angelo sa la ragione di questo suo peccato: nell'uomo è un peccato di fragilità, nell'angelo invece che è intelligente c'è la consapevolezza prima del male che egli vuol procurare. Gesù morendo sulla croce, assumendo tutti i nostri peccati, manifesta un amore che trascende ogni possibilità per noi anche di comprensione. Questo è l'amore incarnato, la rivelazione suprema di Dio come amore. Di fatto i Vangeli, le lettere apostoliche, prima di tutto insistono su Gesù in quanto rivelatore del Padre.
Così la rivelazione di Dio in Cristo Gesù diviene anche oggi la comunicazione che Dio fa di sè stesso all'uomo. Avete presente quello che dice S.Giovanni alla fine del prologo; "Nessuno ha mai veduto Dio. L'unigenito Figlio che è nel seno del Padre, Egli ce l'ha rivelato". Ma la visione di Dio che anticipa in qualche modo la visione beatifica non è già la presenza di Dio nel cuore dell'uomo? Qui un problema si pone: si può conoscere Dio senza essere idolatri?
Se la conoscenza di Dio è una conoscenza puramente astrattiva, conoscenza per idee, nella misura che ti fermi all'idea, l'idea è un idolo per te. La fede deve trascendere il concetto, deve trascendere la parola. Quando Dio si fa conoscere, si dona, si fa presente nel cuore degli uomini e tu accetti questa conoscenza mediante la fede, allora lo conosci.
Come Gesù ha compiuto l'opera sua?
Le cose sono molto semplici: ha vissuto la nostra vita. Lo dice S.Ireneo già nel II secolo. E' attraverso questo cammino che Egli si rivela e si comunica al mondo. Voi siete cristiani, siete figli di Dio, eppure non siete dispensati dall'avere una vita di difficoltà, di problemi, di preoccupazioni. I miracoli che ha fatto il Signore non sono la manifestazione della salvezza che Egli ha compiuto, sono soltanto un piccolo segno che garantisce la sua missione. La sua missione non era soltanto quella di dare un po' di pane, di salvare dalla morte, era la garanzia della verità di quello che Egli annunciava, e cioè che Egli si donava per la salvezza che trascende i condizionamenti umani. Ci saranno sempre i martiri nella Chiesa, non è detto che questo ci debba scoraggiare e non farci lavorare, ma questo ci dice che non dobbiamo nemmeno identificare quello che possiamo compiere quaggiù con la salvezza promessa da Dio. La salvezza promessa da Dio è di carattere escatologico. Se noi fossimo cristiani davvero potremmo vivere l'ansietà di S.Teresa, di S.Giovanni della Croce, perchè la nostra vita deve tendere veramente a questa visione che ci apre finalmente all'infinità di Dio. A questo ci chiama il Cristo, a questo ci prepara il Cristo, a una vita che e immensamente più grande, più fiera di quella che viviamo quaggiù. Come per Lui a una vita grama di povertà, anche di sofferenza, è subentrata poi con la risurrezione la vita gloriosa che non termina più, così anche per noi dopo c'è davvero il Paradiso, c'è davvero cioè la comunione col Cristo non più nella vita possibile, come hanno vissuto gli Apostoli che l'hanno conosciuto, ma vivremo con Lui la sua gloria, perchè in fondo il termine di tutto il cristianesimo è nell'Ascensione del Cristo alla destra del Padre.
Parlare del Cristo e non parlare degli uomini, parlare degli uomini e non parlare del Cristo è sempre sbagliato. Non si capiscono gli uomini se non in Cristo. Se si volesse poi studiare meglio la figura del Cristo come uomo e come Dio ci sarebbe troppo da dire. Per studiare la figura del Cristo come tale sarebbe importante riprendere tutto il Nuovo Testamento e vedere i nomi del Cristo. Con quali nomi è stato chiamato dagli Apostoli? Come è cresciuta la fede degli Apostoli nel Cristo Signore? La fede nel Cristo cresce nella comunità cristiana fino alla fine dell'epoca apostolica. Questo crescere dice anche il crescere in noi della fede in Cristo Gesù.
Fintanto che il Cristo è vissuto quaggiù sulla terra gli Apostoli non avevano la fede che Egli fosse il Figlio di Dio. E' stato necessario che Egli si allontanasse dalla terra e fosse asceso al cielo perchè conoscesse la fede in Lui.
Così anche per noi la conoscenza del Cristo ci porta ad una vita d'interiorità sempre maggiore con Lui. Cioè, in altre parole, una teologia del Verbo la può fare soltanto un contemplativo, che vive realmente una comunione reale con Lui. E penso sempre di più che la vera teologia non può essere fatta soltanto dagli studiosi. Non sai pregare, non sei un teologo.
Dio non si dona ad un'anima se l'anima non si dispone ad accoglierlo nell'umiltà e nell'amore.
Vi invito precisamente a fare questo cammino.
Egli non è lontano da noi. E' asceso al cielo ma l'ascensione al cielo non è un trasferimento di luogo. Se è un uomo sta meglio con gli uomini, sta col Padre ma il Padre è dappertutto. Sta con gli uomini e gli uomini sono qui. Egli è con noi: "Sono con voi fino alla consumazione dei secoli". Se dunque Egli è con noi si tratta di vivere veramente questa comunione con Lui. Allora lo conosceremo, allora potremo anche parlare di Lui, perchè l'amore ci avrà dato gli occhi per poterlo conoscere: credo perchè amo.

DON DIVO BARSOTTI, C.F.D. LA DOTTRINA E LA PRATICA

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▼  2020 (48)  

Don Divo Barsotti: solo la santità salverà la Chiesa

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Don Divo Barsotti: solo la santità salverà la Chiesa


In mezzo all’oceano di confusione che regnava nel post-Vaticano II, lo Spirito Santo ha mandato alcune sentinelle che illuminassero i cattolici, una di queste è don Divo Barsotti.
di Lorenzo Bertocchi (14-07-2017)
da: Sentinelle del post Concilio, Cantagalli, Siena.
Ci sono uomini di fede capaci di parlar chiaro, inafferrabili, autenticamente controcorrente, non per vezzo, né per orgoglio, ma profondamente liberi. Così si può dire di Don Divo Barsotticonsiderato un grande mistico del ‘900, fondatore della Comunità dei Figli di Dio, instancabile cercatore della Verità e capace di risvegliare spiriti assopiti fossero etichettati di “destra” o di “sinistra”. In questo forse un certo ruolo l’avrà giocato il suo “temperamento toscano”, quel carattere che il Card. Biffi – estimatore del Barsotti – ha definito “insofferente agli equivoci e amante delle posizioni chiare”1.
A testimonianza di questa sua libertà di pensiero e di azione si può ricordare la profonda amicizia con La Pira, il non facile rapporto con Dossetti, l’intenso incontro con Von Balthasar e le parole scritte a prefazione di un saggio sull’opera di Romano Amerio: “Io vedo il progresso della Chiesa a partire da qui, dal ritorno alla Santa Verità alla base di ogni atto”2. Queste parole scritte a 91 anni, poco prima della morte avvenuta nel febbraio 2006, sono di grande significato anche per risolvere la questione del “rinnovamento nella continuità” come chiave interpretativa del Vaticano II e probabilmente rappresentano l’ultimo avvertimento della “sentinella”.


Don Divo Barsotti

La figura di Don Barsotti si offre in tutta la sua complessità: mistico, letterato, teologo, monaco, missionario, poeta, sacerdote, la sua vita è stata tutto questo, una vita attraversata dalla continua ricerca della volontà di Dio e perciò santamente travagliata. A colpo d’occhio la sua esistenza appare come divisa da un cancello da attraversare, un passaggio mistico tramite cui far comunicare il visibile con l’invisibile, in qualche modo fisicamente rappresentato dal cancello di Casa S. Sergio sulle colline di Firenze, cuore della Comunità da lui fondata e dove oggi riposano le sue spoglie mortali.   Leggere...

quarta-feira, 12 de fevereiro de 2020

Don Divo Barsotti : tu devi vivere costantemente nella divina presenza come un pesce nell’acqua.

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CONTINUITA’ FRA LA TERRA E IL CIELO

Noi dovremmo arrivare a questo, e che cosa implica tutto ciò? Una cosa semplicissima: se Dio è questa luce ed io vivo in questa luce, io vivo già un’anticipazione della vita celeste. La vita quaggiù infatti non si oppone mica alla vita del cielo; fra la fede e la visione vi è un cammino continuo. La rottura c’è invece tra la non-fede e la fede, ma tra la fede e la visione c’è un cammino che ci porta alla visione immediata, quando totalmente obliando noi stessi e le cose, tutto ritroviamo in Lui. Infatti, Dio che è creatore non è in opposizione alla creazione, anzi la creazione è in Dio e un giorno conosceremo la creazione più di quanto la conosciamo ora, perchè la conosceremo nella sua sorgente.
Dobbiamo vivere allora il Cristianesimo come economia sacramentale. Quanti sono i sacramenti? Dicono sette; sì, sono sette e pur tuttavia tutto è sacramento – è una sacramentalità che è propria di questo libro, di questo tavolo, degli alberi … – tutto è sacramento perchè tutto per me deve divenire segno di una presenza divina. 
Non vedo che Dio, non conosco che Lui: è la realtà dalla quale veramente io sono totalmente preso, nella quale totalmente vivo. 
Un pesce può vivere fuori dell’acqua? No, dopo un po’ muore, non è vero? Così anche l’uomo: tu devi vivere costantemente nella divina presenza come un pesce nell’acqua. 
Dio deve essere in te, davanti a te, fuori di te: davanti, dietro, sopra, sotto, come dice san Patrizio in una preghiera: “Gesù in me, Gesù fuori di me, Gesù sopra il mio capo, Gesù sotto i miei piedi, Gesù davanti, Gesù alla destra, Gesù alla sinistra, soltanto Gesù, sempre Gesù!”. 
La luce di Dio deve essere tale da investirvi, penetrarvi, abbracciarvi totalmente, sicchè per me diventa quasi impossibile uscire da questa luce, come per noi è impossibile ora uscire da questo mondo. 
L’anima muore se esce dalla visione di Dio.
Don Divo Barsotti

Il Natale oggi per noi. Don Divo Barsotti 24-12-1983 - Ritiro di Natale


Prima Meditazione
Vigilia di Natale - L'incontro con Dio implica una novità assoluta per l'uomo, ed è sempre un morire e un risorgere


Siamo giunti dunque al Natale. Prima dei Vespri noi dobbiamo vivere l'ultima attesa di questo grande mistero. L'imminenza della celebrazione esige in noi un aprirsi di tutta l'anima nel desiderio e nell'attesa, così come fu nel desiderio e nell'attesa che il popolo di Israele si preparò negli ultimi secoli alla venuta del Cristo. Dobbiamo domandarci quale può essere questa attesa e di che cosa può essere questo desiderio per noi, che viviamo oggi l'imminenza della celebrazione natalizia.
Evidentemente, se pensiamo alla nascita di Gesù, non c'è da attendere quello che già è avvenuto. Se pensiamo alla fine del mondo presente per la seconda venuta del Cristo, per la manifestazione della gloria, dobbiamo dire che non siamo ancora preparati a questa venuta, oggi come oggi, dovremmo temerla., perché per la massima parte degli uomini la manifestazione del Cristo si risolverebbe in una grande catastrofe, in una dannazione quasi universale. Infatti gli uomini non sono più aperti ad accogliere la grazia; non conoscono più il Signore; in gran parte lo hanno rifiutato e quelli che non lo hanno rifiutato non lo conoscono più.
Dio ci dona di celebrare il Natale non come attesa dell'ultima manifestazione del Cristo e nemmeno come semplice ricordo di un avvenimento passato, ma ci dà la grazia di vivere questo Natale per un nostro in contro con Lui, incontro nuovo che non determina nulla nel Figlio di Dio, ma determina una vera nascita, un vero rinnovamento per noi.
Si tratta dunque di vivere oggi il Natale del Signore non come un avvenimento che riguarda il Figlio di Dio; del resto la stessa manifestazione ultima della sua gloria, non riguarderà, più l'umanità di Gesù glorificata, riguarderà l'umanità, che lo vedrà, come dice l'Apocalisse.  

un risorgere
Siamo giunti dunque al Natale. Prima dei Vespri noi dobbiamo vivere l'ultima attesa di questo grande mistero. L'imminenza della celebrazione esige in noi un aprirsi di tutta l'anima nel desiderio e nell'attesa, così come fu nel desiderio e nell'attesa che il popolo di Israele si preparò negli ultimi secoli alla venuta del Cristo. Dobbiamo domandarci quale può essere questa attesa e di che cosa può essere questo desiderio per noi, che viviamo oggi l'imminenza della celebrazione natalizia.
Evidentemente, se pensiamo alla nascita di Gesù, non c'è da attendere quello che già è avvenuto. Se pensiamo alla fine del mondo presente per la seconda venuta del Cristo, per la manifestazione della gloria, dobbiamo dire che non siamo ancora preparati a questa venuta, oggi come oggi, dovremmo temerla., perché per la massima parte degli uomini la manifestazione del Cristo si risolverebbe in una grande catastrofe, in una dannazione quasi universale. Infatti gli uomini non sono più aperti ad accogliere la grazia; non conoscono più il Signore; in gran parte lo hanno rifiutato e quelli che non lo hanno rifiutato non lo conoscono più.
Dio ci dona di celebrare il Natale non come attesa dell'ultima manifestazione del Cristo e nemmeno come semplice ricordo di un avvenimento passato, ma ci dà la grazia di vivere questo Natale per un nostro in contro con Lui, incontro nuovo che non determina nulla nel Figlio di Dio, ma determina una vera nascita, un vero rinnovamento per noi.
Si tratta dunque di vivere oggi il Natale del Signore non come un avvenimento che riguarda il Figlio di Dio; del resto la stessa manifestazione ultima della sua gloria, non riguarderà, più l'umanità di Gesù glorificata, riguarderà l'umanità, che lo vedrà, come dice l'Apocalisse. Ma noi non vorremmo la novità ultima, sentiamo di non essere preparati. È preparata la nostra umanità ad accogliere il Cristo? L'incontro vero e definitivo anche per noi, sarà la morte. Vivere il Natale vuol dire per noi vivere il "dies natalis"? vivere la nostra morte? Sembra strano di unire il Natale col nostro morire e invece sarebbe la cosa più conforme a verità unire proprio la festa di Natale alla nostra morte, perché il vero "dies natalis", per noi, non può essere la Natività di Gesù, ma il nostro nascere alla gloria nella visione di Colui che è già nato, di Colui che già ci ha redenti. Tuttavia anche questo ci sembra prematuro. Nessuno di noi si sente preparato a morire questa notte e non vorremmo moire stanotte, prima di tutto per non dare noia agli altri. Un giorno di festa così sarebbe un disastro se la nostra famiglia dovesse avere un morto in casa. Prima di tutto per la nostra famiglia, ma forse anche per noi, perché credo che nessuno si senta preparato a questo incontro supremo e definitivo col Cristo.
E allora celebrare il Natale che cosa vuol dire per noi? Se il giorno di domani ci lascia così come siamo oggi, evidentemente noi non celebriamo il Natale. Se noi domani dovessimo vivere soltanto la gioia di un incontro fra noi, il ricordo soltanto di un avvenimento passato, noi non avremmo celebrato il Natale, perché è vero che il Natale oggi riguarda noi più ancora di quanto non riguardasse noi la sua nascita temporale a Betlem: quella nascita si fa viva oggi per me, oggi però che io vivo. È vero dunque che riguarda noi, ma noi in quanto siamo toccati da Lui, noi in quanto ci incontriamo con Lui, noi in quanto, al contatto col Cristo, viviamo un nostro rinnovamento interiore. Non si tratta nemmeno di una nascita, perché la nostra vera nascita, indipendentemente dalla nostra morte, è anche il battesimo. E il battesimo per noi è già avvenuto; e la nascita vera, che è la morte, ancora è da venire.
Che cosa per noi vuol dire questo Natale? Celebrare il Natale vuol dire comprendere che cosa il Natale è, oggi, per, noi.
Si è detto che in questa imminenza della festa noi dobbiamo vivere il desiderio e l'attesa. Desiderio e attesa di che? Miei cari fratelli, l'incontro con Dio implica sempre una novità assoluta per l'uomo. Se noi crediamo di conoscere Dio e di vivere la vita che abbiamo vissuto finora, certamente queste nostre parole di volerci incontrare con Lui sono vane, sono vuote di senso. L'incontro con Dio non è un avvenimento che si scrive negli avvenimenti comuni della nostra vita, implica sempre una frattura. Vi ricordate quello, che dicono i salmi? "Tocca i monti e fumano". È impossibile che la creatura sia toccata da Dio, si incontri realmente con Lui rimanendo quella che è. Sia pur santa quanto si voglia, nessuna creatura può veramente essere visitata in un modo reale da Dio, senza che non subisca un trauma, non subisca una frattura nella sua vita interiore. Dio non lascia mai le anime così come le trova; non le può lasciare, perché Dio è tale che la creatura non regge al suo incontro. "Nessuno può vedermi e vivere". Giustamente, si deve morire, non della morte ultima, ma di una morte sì; di una morte a noi stessi, ai nostri pensieri, ai nostri programmi, alle nostre idee, a tutto quello che finora costituiva il nostro vivere, perché se Dio ci tocca, il tocco di Dio per sé determina questa frattura dell'essere creato. "Nessuno può vedermi e vivere". Rimane vero anche per noi, per tutti e sempre Questo vuol dire certamente che non si muore una volta sola; questo vuol dire che anzi vivere un contatto con Dio vuol dire morire continuamente. Sì, anche risuscitare, in un certo modo, ma prima di tutto morire.
Ci può essere una identificazione dell'essere umano coll'Essere divino? del vivere umano, sia pure in san Francesco, con la vita divina? Non c' e, non ci può essere una equivalenza. Allora se Dio ti tocca, anche se sei san Francesco, muori e risorgi: muori a. te stesso, al tuo pensiero, alle tue idee, ai tuoi propositi, alle tue virtù e ti apri ad accogliere Dio che è sempre assoluta novità.
Siamo disposti a vivere questo Natale in un desiderio vivo di una vita nuova, in una attesa viva di qualche cosa che veramente trasformi fino nelle radici la nostra vita e l'essere nostro? C'è in tutti noi certo, un desiderio di essere migliori, ma attenti, questo essere migliori non mi soddisfa. Essere migliori vuol dire che c'è una continuità di cammino in un certo processo etico della vita per il quale cerchiamo pian piano di modificare il nostro carattere, di modificare il nostro modo di sentire e di vivere, ma tutto questo è proprio dell'uomo, il quale vive secondo una norma che è quella di vivere come si deve vivere, di essere quello che deve essere. Ma qui non si tratta di essere quello che dobbiamo, si tratta di divenire, in qualche modo, compagni di Dio, in qualche modo amici di Dio, cioè di trascendere infinitamente l'umano. Attendere a Dio non si può che in quanto noi viviamo un salto qualitativo, non in quanto camminiamo. Camminare non ci porta mai lontano, non ci porta mai più vicini a Dio, perché non c'è una vicinanza di Dio: o sei in Dio o non sei.
Infatti, voi lo sapete benissimo, uno che abbia ammazzato cinquecento persone, se si converte e si pente, è subito in Dio perché la vita divina non si raggiunge attraverso un cammino, ma attraverso una rottura. È quello che si diceva: l'incontro con Dio opera una frattura nell'uomo, è sempre un morire e risorgere. Noi dobbiamo capire questo. Molto spesso abbiamo concepito la vita cristiana come un cammino continuo. Non è un cammino continuo; anche se c'è un processo nella vita cristiana, questo processo però avviene attraverso un continuo morire e un continuo risorgere.
Come tante altre volte si è detto anche in Comunità, la vita cristiana implica. per sé una conversione perenne. Cos'è la conversione perenne? È uno strapparci alle proprie radici, è un tendere verso Dio, è un essere presi da Lui. Tutto questo vuol dire continuamente morire a noi stessi per risorgere in Lui, in un modo sempre nuovo, perché Dio rimane sempre l'eterna Novità, ma è sempre un morire e risorgere.
Ora, per vivere il Natale, bisogna dunque sentire prima di tutto il bisogno di morire a noi stessi, bisogna sentire e vivere questa volontà di morire a noi stessi per essere presi da Lui, posseduti da Lui. Sentiamo tutto questo? Sentiamo, come sentivano i primitivi anche nella religione cosmica, che ogni anno la creazione precipita come nel vuoto, come nel nulla, come nella morte e Dio la riprende sempre all'ultimo tuffo per farla rivivere? Noi qualche cosa di simile dobbiamo vivere nel nostro rapporto con Dio. La continuità è soltanto apparente; perché di fatto, se tu non muori a te stesso, le tue virtù di oggi divengano, invece che virtù, impedimento all'unione con Dio.
Anche questo si è detto più volte, ora lo esprimo con altre parole e in un'altra luce, ma rimane sempre la stessa verità. Che cosa si è detto? Si è detto che se uno si ferma, precipita; che se uno si ferma non vive più nessuna perfezione ed è più perfetto colui che comincia il cammino verso Dio. Ma quando si parla di cammino il nostro linguaggio è un linguaggio non proprio, perché non vi può essere cammino che porti l'anima a Dio, se Dio è l'Infinito, se fra la creatura e Dio rimane questa distanza infinita; sempre s'impone il salto qualitativo, sempre, e il salto qualitativo implica per sé, necessariamente che ogni atto dell'uomo che voglia incontrarsi con Dio sia un atto di conversione interiore, sia un atto in cui l'uomo vive la sua "abneget semetipsum". È quello che il Signore vi chiede stasera, prima di celebrare il Natale; che chiede a tutti noi stasera, prima che noi celebriamo il Natale. "Abneget semetipsum"; questo rinnegamento di sé questo morire a noi stessi, per aprirci ad accogliere Dio, secondo quella misura che noi gli offriamo, offriamo alla grazia, perché Egli si doni. È certo che c'è un processo, dicevo, ma attraverso dei salti, non attraverso un cammino continuo; attraverso una conversione perenne. E davvero non c'è processo senza questa conversione, appunto perché non c'è continuità tra la creatura e Dio. Tu lo accogli nella misura che ora la tua morte rende possibile a Dio di donarsi, o meglio, rende possibile a te di riceverlo, perché Egli si dona sempre. Siamo noi che rimaniamo incapaci di accoglierlo nella sua infinità.
Se dunque noi ora viviamo l'attesa ultima della celebrazione natalizia, dobbiamo vivere questa attesa in un bisogno di venir veramente meno a noi stessi, nel sentimento della povertà dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti, nel sentimento vivo della mediocrità di tutta la nostra vita; nel bisogno di un rinnovamento interiore che ci strappi alle nostre consuetudini, alle nostre abitudini, a tutto quello che siamo, a quello che viviamo, perché un Altro viva in noi. Quando l'uomo risorge non è mai quello di prima. Nella religione cosmica, sì. Infatti quello che chiede l'uomo nella religione cosmica è precisamente la continuità di una vita che si esprime attraverso le stagioni, e le stagioni riportano sempre, con la primavera, la vita di prima. Ma nel cristianesimo, nella vita religiosa non è così. La risurrezione dona all'uomo veramente, una vita diversa.
Dobbiamo dunque vivere questa attesa di Dio, questo bisogno di una risurrezione, vivendo già ora questa volontà di venir meno a noi stessi per far posto nella nostra anima a Lui.
Importa poco, diceva, il Silesio - quasi quattrocento anni fa - che Gesù sia nato a Betlem; se Egli non nasce in te nulla vale la sua nascita temporale. La nascita a Betlem di Gesù è in ordine precisamente a noi. Per noi infatti Egli è nato, ma Egli è nato per noi solo nella misura in cui la sua nascita opera in noi questo rinnovamento, realizza per noi questa frattura, compie in noi questa conversione, questa morte e questa risurrezione in Lui. C'è in noi - ecco la prima cosa che dobbiamo domandarci - questo desiderio di essere nuovi? C'è in noi questa volontà di aprirci a Lui che viene, anche se questo aprirci a Lui che viene implica per noi un morire, una rinunzia, cioè una abnegazione di tutto quello che siamo e viviamo? Troppo spesso noi identifichiamo vita morale e vita religiosa. La vita religiosa non è una vita morale, non è che sia immorale, evidentemente, ma non è una vita morale. La morale è propria dell'uomo, la vita religiosa è la vita di. Dio, non è l'adempimento di una norma che fa parte della nostra natura, ma piuttosto un essere presi da Dio e sollevati a Lui; strappati a noi stessi per essere in Lui.


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